Il comparto del tessile-abbigliamento italiano conserva un ruolo strategico nell’industria nazionale, pur mostrando segnali di contrazione e preoccupazioni diffuse tra imprese e osservatori. Il quadro economico mette in luce numeri significativi: un fatturato annuale vicino ai 58,4 miliardi di euro, esportazioni che superano i 36 miliardi e un saldo commerciale positivo di oltre 10,4 miliardi, insieme a una struttura produttiva che conta più di 37mila imprese e circa 372mila addetti.
Dati di bilancio 2026 e posizione competitiva dell’Italia
Nel corso dell’anno 2026 il settore ha registrato un calo del fatturato del 2,4% rispetto all’anno precedente, mentre le esportazioni hanno segnato una flessione dell’1,6%. Nonostante questo rallentamento, l’Italia rimane il primo produttore europeo nel settore, contribuendo per circa il 30% della produzione UE ed è tra i principali esportatori a livello continentale e globale. I mercati di sbocco principali restano la Francia la Germania e gli Stati Uniti che continuano a incidere in modo rilevante sui volumi di vendita internazionali.
Portata occupazionale e filiera
La filiera italiana comprende 37.331 imprese e 372.200 addetti, corrispondenti al 9,5% dell’occupazione manifatturiera nazionale. Questi numeri evidenziano l’importanza dell’intera catena produttiva — dalla filatura alla tessitura, fino al taglio e all’assemblaggio — fasi nelle quali si concentra buona parte del valore aggiunto e dell’artigianalità che definisce il marchio “Made in Italy”.
Congiuntura 2026: produzione, export e fattori di pressione
I primi segnali del 2026 mostrano una congiuntura ancora debole. Nel primo trimestre la produzione del comparto moda — comprendente tessile, abbigliamento e pelli — è diminuita del 2,8% su base annua, migliorando rispetto alla contrazione del 2026 ma rimanendo in controtendenza rispetto alla media manifatturiera. Anche l’export nel trimestre è sceso del 2,2%, con una nota positiva rappresentata da un rimbalzo a marzo che registra un +3,0% su base annua.
Impatto di dazi e cambio sul mercato USA
Tra i fattori esterni che pesano sulle esportazioni c’è l’introduzione di dazi sui prodotti italiani e la svalutazione del dollaro, che hanno inciso sulle vendite verso gli Stati Uniti. Nel periodo successivo all’adozione delle misure protezionistiche si è osservata una contrazione delle spedizioni: il tessile ha registrato una riduzione più accentuata rispetto all’abbigliamento, mentre settori affini come pelle e calzature hanno mostrato una maggiore tenuta.
Preoccupazioni sulle prospettive di investimento e misure richieste dalle imprese
Le aziende del settore esprimono timori legati al possibile inasprimento del costo del denaro. Il rapporto evidenzia che, ad aprile 2026, il costo del credito rimane superiore di 202 punti base rispetto a giugno 2026, un elemento che riduce la propensione a investire nonostante alcuni segnali di recupero nella componente degli investimenti nel primo trimestre del 2026. Una nuova stretta monetaria potrebbe quindi frenare piani di innovazione e ristrutturazione produttiva.
Linee guida per incentivare la produzione nazionale
Tra le indicazioni emerse vi è la richiesta di politiche che favoriscano la verticalizzazione delle filiere e le aggregazioni tra imprese, con strumenti che premiano chi acquista semilavorati prodotti in Italia o mantiene capacità produttiva reale sul territorio. In particolare, i criteri proposti per gli interventi legislativi puntano a valorizzare gli investimenti nelle fasi a maggiore intensità artigianale e a considerare la continuità della filiera come elemento premiale per l’accesso a strumenti di sostegno.



