Il Made in Italy è sinonimo di eccellenza e qualità ma dietro l’immagine di prestigio si nasconde una realtà complessa e spesso opaca. Le recenti indagini della Procura di Milano hanno portato alla luce le criticità della subfornitura nel settore del lusso, coinvolgendo ben 27 marchi in due anni.
La filiera del lusso è un intreccio di laboratorifornitori e subfornitori che spesso sfugge al controllo diretto delle maison. Questo complesso sistema di relazioni può diventare un punto debole, come dimostrano le verifiche condotte dalla Procura di Milano.
Le indagini della Procura di Milano
Le indagini hanno preso di mira non solo i marchi di lusso, ma anche i laboratori e i subfornitori situati a valle dei rapporti diretti. La Procura ha richiesto documentazione sui sistemi di governance e di controllo, coinvolgendo marchi come DiorGiorgio ArmaniLoro PianaValentino e Alviero Martini nella prima fase delle indagini.
Nel dicembre 2026 altre tredici imprese hanno ricevuto richieste di documentazione, mentre nel luglio 2026 la verifica si è estesa ad altri nove marchi, tra cui Brunello CucinelliMonclerChanelBulgariEtroStefano RicciGoyard ItalieJacob Cohën e Owenscorp Italia.
Le differenze tra i casi
Le indagini hanno mostrato situazioni in cui le imprese al centro delle violazioni non avevano rapporti diretti con i marchi, pur lavorando su componenti o confezioni riconducibili alle loro produzioni. Questo dimostra come la tracciabilità possa perdere continuità quando le commesse vengono trasferite a livelli produttivi inferiori senza adeguati controlli.
Il punto cieco della subfornitura
Le maison conoscono generalmente i propri fornitori diretti ma la difficoltà cresce quando le commesse vengono trasferite a un secondo o terzo livello produttivo senza un’autorizzazione effettiva o senza controlli sufficienti. Questo può portare a situazioni in cui il fornitore ufficiale possiede certificazioni e documenti corretti, ma una parte del lavoro viene spostata altrove senza che la maison ne sia a conoscenza.
Le indagini hanno mostrato come la filiera invisibile possa iniziare dove finisce il contratto diretto. Per governarla, non basta domandare al primo fornitore una dichiarazione di conformità. Occorre conoscere la capacità produttiva reale verificare volumi, ore lavorate, macchinari, organico, prezzi e ricorso a lavorazioni esterne.
Perché gli audit non bastano
L’industria della moda ha moltiplicato negli anni certificazioni, codici etici, questionari ESG e visite ispettive. Questi strumenti hanno migliorato molti processi, ma non garantiscono da soli la correttezza dell’intera catena. Un controllo annunciato fotografa il laboratorio nel giorno della visita, ma non può garantire che le condizioni rimangano invariate nel tempo.
La risposta richiede controlli meno rituali e più industriali. Una maison deve sapere se il prezzo pattuito consente al fornitore di rispettare il contratto e garantire standard di sicurezza e qualità adeguati.
Il Made in Italy non vive solo nell’etichetta, ma nella qualità del lavoro che precede il prodotto, nella sicurezza dei luoghi nella correttezza dei contratti nella congruità dei prezzi e nella capacità di conoscere chi sta realmente producendo.



