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25 Agosto 2026

Riscoprire il Labirinto Borges a Venezia: storia, restauro e visite

Un viaggio tra i sentieri del Labirinto Borges a Venezia, un'opera unica che unisce natura, architettura e letteratura.

Riscoprire il Labirinto Borges a Venezia: storia, restauro e visite

Venezia, città di canali e palazzi, nasconde tra le sue isole un gioiello meno conosciuto ma di grande fascino: il Labirinto Borges sull’Isola di San Giorgio Maggiore. Questo giardino-labirinto, ispirato all’opera di Jorge Luis Borges è stato recentemente restaurato e riaperto al pubblico, offrendo un’esperienza unica che unisce natura, architettura e letteratura.

Il Labirinto Borges non è solo un percorso tra siepi di bosso, ma un vero e proprio viaggio sensoriale che invita i visitatori a perdersi tra i sentieri per ritrovare se stessi. Realizzato nel 2011 dalla Fondazione Giorgio Cini il labirinto è stato progettato dall’architetto e paesaggista inglese Randoll Coate e ispirato al racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano di Borges.

Un labirinto che racconta una storia

Il Labirinto Borges occupa circa 2.300 metri quadrati e, osservato dall’alto, assume la forma di un enorme libro aperto. Le siepi non seguono solo una geometria decorativa, ma contengono riferimenti all’universo borgesiano, come il bastone, gli specchi, la clessidra, la tigre e un gigantesco punto interrogativo. Ogni elemento diventa una citazione da decifrare mentre ci si muove all’interno dello spazio.

Per Borges, perdersi non significava semplicemente smarrire la strada, ma confrontarsi con il tempo, con le possibilità e con l’incertezza dell’esistenza. Il giardino traduce quell’idea in un’esperienza fisica: scegliere una direzione, cambiare percorso, ritrovarsi davanti a un bivio e continuare. Questo lo rende diverso da un labirinto tradizionale, trasformandolo in un’esperienza di riflessione e scoperta.

La storia del terreno e il legame con Venezia

Il terreno su cui oggi cresce il Labirinto Borges porta con sé una storia stratificata. Nel corso dei secoli, l’area è stata un antico cimitero portoghese, un giardino officinale dei monaci benedettini e, successivamente, un deposito di munizioni durante l’epoca napoleonica. Nell’Ottocento, è stata utilizzata anche dalle truppe italiane. Dopo un lungo periodo di abbandono, nel 2004 il musicologo Pedro Memelsdorff propose a María Kodama Borges di presentare alla Fondazione Cini il progetto di Coate.

Il Labirinto fu infine realizzato sette anni più tardi, trasformandosi in quello che la stessa Fondazione considera una sorta di terzo chiostro dell’Isola di San Giorgio Maggiore, accanto agli spazi monumentali che ne definiscono l’identità. Il legame con Venezia non è casuale: il Labirinto fu voluto anche per ricordare l’amore di Borges per la città lagunare, creando un luogo capace di tradurre in paesaggio alcuni dei temi che attraversano continuamente la sua opera.

Il restauro e la riapertura al pubblico

A quindici anni dalla sua realizzazione, la vegetazione del Labirinto Borges aveva bisogno di un intervento capace di preservarne il disegno originario. Il restauro, sostenuto da PwC Italia ha comportato la rimozione di 165 piante di bosso compromesse, il controllo dell’impianto di irrigazione, la concimazione del terreno e l’inserimento di nuove piante della stessa specie. Queste ultime sono state potate per integrarsi con la geometria già esistente.

L’intervento non si è limitato alla conservazione botanica. Sono stati realizzati anche lavori per migliorare l’accessibilità, intervenendo sul vialetto d’ingresso e predisponendo percorsi pensati anche per le persone con disabilità motoria. Il Labirinto può oggi essere scoperto attraverso le visite organizzate da VisitCini.

La riapertura assume un significato particolare nel 2026, a quarant’anni dalla morte di Borges, avvenuta a Ginevra il 14 giugno 1986. È quasi come se il giardino tornasse a mostrarsi nella sua forma rinnovata proprio per ricordare che l’universo dello scrittore continua a generare interpretazioni ben oltre la pagina.

Visitare il Labirinto Borges

Visitare il Labirinto Borges significa anche raggiungere una Venezia diversa. L’Isola di San Giorgio Maggiore è uno dei luoghi in cui la città sembra cambiare ritmo: il rapporto con l’acqua diventa più evidente, il verde prende spazio e la monumentalità convive con una dimensione contemplativa.

Il parco dell’isola si estende per circa quattro ettari e comprende circa 700 alberi appartenenti a 32 specie diverse, oltre a 400 arbusti. Negli anni, la Fondazione Giorgio Cini ha progressivamente lavorato anche sull’accessibilità e sulla gestione sostenibile di questo patrimonio verde.

Accanto al Labirinto, San Giorgio custodisce inoltre i chiostri storici, spazi espositivi e le Vatican Chapels, nate nel 2018 come primo Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Architettura e successivamente diventate parte permanente del paesaggio dell’isola. È questa stratificazione a trasformare la visita in qualcosa di più di una semplice deviazione dall’itinerario veneziano tradizionale.

In una città attraversata ogni giorno da migliaia di persone alla ricerca dei suoi simboli più famosi, il Labirinto Borges propone esattamente il contrario: rallentare, smarrire per qualche istante la direzione e accettare di non sapere immediatamente cosa ci sia dietro la curva successiva. Forse è proprio qui che risiede il suo fascino contemporaneo. Il lusso non coincide necessariamente con ciò che è esclusivo o appariscente. A volte è poter entrare in un giardino, lasciare fuori il rumore e concedersi il tempo di camminare senza cercare la strada più breve. Borges aveva trasformato il labirinto in una metafora dell’universo e dell’esistenza. A Venezia quella metafora è diventata reale, fatta di terra, foglie e sentieri. E oggi, dopo il restauro, è nuovamente possibile entrarci, perdersi e infine ritrovare l’uscita.

Autore

Matteo Pellegrino

Matteo Pellegrino ha organizzato una sfilata pop-up nei vicoli del Quartieri Spagnoli per promuovere giovani designer; è editorialista moda che cura rubriche su artigianato e tendenze locali. Nato a Napoli, conserva bozze di pattern e appunti presi nelle sartorie di via Toledo.