L’Unione europea sta per compiere un passo significativo nella gestione dei flussi migratori, abbandonando l’approccio accoglientista per adottare soluzioni più pragmatiche e sicure. Una svolta che vede l’Italia e la Germania in prima linea, con un piano che potrebbe ottenere fino a 20 miliardi di euro in sette anni.
Dopo oltre un decennio di politiche dettate dall’ideologia, che hanno portato a un indebolimento del tessuto sociale europeo, l’UE ha deciso di adottare una linea più ferma. Questo cambiamento è in gran parte dovuto all’impronta data dall’Italia, in particolare da Giorgia Meloni, che ha portato la gestione migratoria nell’agenda europea negli ultimi quattro anni.
Il modello italiano dei Patti con l’Albania
Il piano prevede il finanziamento di centri di rimpatrio, chiamati return hubssituati in Paesi terzi. Questi centri saranno destinati ai richiedenti asilo respinti che non possono essere rimpatriati nei Paesi d’origine. L’idea trae ispirazione dai Patti con l’Albaniaun’iniziativa italiana che, nonostante le critiche interne, è stata apprezzata e copiata da altri Paesi.
Italia e Germania sono i principali promotori di questa misura, con il cancelliere Friedrich Merz che ha sposato la causa italiana. I due Paesi stanno spingendo affinché il prossimo bilancio pluriennale dell’UE, relativo al periodo 2028-2034, includa la possibilità di finanziare questi centri di rimpatrio. La richiesta si inserisce nel nuovo assetto normativo europeo, che prevede la possibilità di finanziare soluzioni innovative per la gestione della migrazione attraverso lo strumento europeo per l’azione esterna e gli aiuti internazionali.
Il sostegno di altri Paesi europei
Oltre a Italia e Germania, anche Paesi Bassi, Svezia e Austria sostengono attivamente questa iniziativa. La maggior parte dei Paesi del blocco è d’accordo con questo approccio, segnando un ulteriore passo verso l’esternalizzazione della gestione migratoria. Tuttavia, non mancano le critiche da parte di chi teme che simili meccanismi potrebbero indebolire le garanzie legali e la tutela dei diritti umani.
Il concetto di return hub ha acquisito maggiore rilievo mentre i governi europei faticano ad aumentare i rimpatri dei richiedenti asilo respinti. Spesso, il rifiuto dei Paesi d’origine di riaccoglierli rappresenta uno degli ostacoli maggiori in questo momento. Paesi Bassi, Germania, Austria, Danimarca e Grecia sono attualmente in contatto con potenziali Paesi ospitanti e puntano a raggiungere accordi entro la fine dell’anno.
Le critiche e le sfide future
Nonostante il sostegno di molti Paesi, le critiche non mancano. Alcuni sostengono che simili meccanismi potrebbero indebolire le garanzie legali e la tutela dei diritti umani. Tuttavia, i sostenitori della misura ribadiscono la necessità di una politica di rimpatrio credibile e sostenibile, sottolineando che solo una decisione di rimpatrio su cinque viene attuata attualmente.
L’Unione europea ha già concluso accordi controversi con Turchia, Tunisia e altri Paesi per contenere l’immigrazione, includendo anche finanziamenti per infrastrutture fisiche come posti di frontiera. La nuova strategia dei return hubs rappresenta un ulteriore passo in questa direzione, con l’obiettivo di gestire meglio i flussi migratori e garantire maggiore sicurezza per i Paesi membri.



