L’Unione europea ha reso operativo dal 19 luglio il divieto per le grandi aziende di distruggere capi invenduti nel territorio comunitario, mentre in Italia le forze dell’ordine hanno eseguito sequestri e perquisizioni su una rete di smaltimento illecito di rifiuti tessili con diramazioni verso la Turchia. Ultimo aggiornamento: 28 giugno 2026.
La stretta normativa mira a ridurre la cultura dell’usa e getta e a far emergere i flussi reali di invenduto, mentre le indagini colpiscono filiere parallele che riclassificano scarti come End of Waste per aggirare i costi di trattamento. L’azione combinata tra nuove regole Ue e repressione penale modifica le pratiche commerciali e logistiche del settore, con ricadute sui canali di riuso sul trasporto e sulla rendicontazione aziendale.
Regolamento (Ue) 2026/296: divieto e obblighi di trasparenza
Con il Regolamento (Ue) 2026/296 ispirato al quadro sul design ecologico del Regolamento (Ue) 2026/1781, la distruzione intenzionale di abbigliamento, calzature e accessori invenduti è vietata per le grandi imprese a partire dal 19 luglio. La definizione di “distruzione” include il danneggiamento intenzionale o lo smaltimento come rifiuto, mentre sono consentiti solo trattamenti finalizzati esclusivamente al riutilizzo o al ricondizionamento. L’obiettivo è limitare la produzione ai volumi necessari e spingere verso outlet, usato e donazioni.
L’applicazione è graduata: le imprese medie hanno una transizione fino al 19 luglio 2030; piccole e microimprese sono escluse ma non possono distruggere per conto di soggetti obbligati. Per rafforzare i controlli, le grandi aziende devono pubblicare un report annuale facilmente accessibile con numero di capi scartati, peso totale e motivazioni. Le imprese già soggette alla rendicontazione di sostenibilità devono integrare questi dati nel bilancio sociale, aumentando la responsabilità e il monitoraggio dei flussi.
Indagini su esportazioni illecite: Turchia, Brescia e reti transnazionali
Parallelamente alla norma, un’indagine internazionale ha portato al sequestro iniziale di circa 4.200 tonnellate di materiale tessile avviato dall’Italia verso la Turchia con etichettature fraudolente atte a eludere vincoli su fibre sintetiche come l’acrilico che richiede processi costosi e complessi. Le verifiche hanno individuato ulteriori stock: quasi 2.100 tonnellate in un magazzino collegato a un impianto di riciclo non conforme e altre 768 tonnellate nel porto di Mersin. Secondo gli accertamenti, lo schema riduceva i costi di riciclo e favoriva profitti illeciti.
In Italia una seconda direttrice investigativa ha interessato la provincia di Brescia dove sono scattati sequestri su un complesso aziendale e disponibilità per circa 12 milioni di euro. Un’operazione congiunta dei Carabinieri Forestali di Brescia, Roma e Cagliari, con supporto di unità cinofile della Guardia di Finanza e coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Brescia, ha svelato un sistema che gestiva scarti tessili in violazione delle norme e organizzava flussi verso l’estero. Il tracciamento ha coinvolto la cooperazione con l’OLAF.
Ri.te.ca Srl e capannoni-discarica: 26mila tonnellate e 20 indagati
Al centro del procedimento è stata individuata la Ri.te.ca Srl di Desenzano, operante nel recupero rifiuti, accusata di aver accumulato oltre 26.000 tonnellate di scarti tessili in 15 capannoni tra LombardiaVenetoEmilia-Romagna e Piemonte. Gli scarti, provenienti principalmente dalla Toscana venivano ritirati a prezzi concorrenziali con promessa di trattamento e recupero; secondo gli accertamenti, saltavano però cernita e igienizzazione obbligatorie, con riclassificazione fraudolenta a End of Waste. Il quadro ipotizzato comprende traffico illecito di rifiuti e gestione di discarica abusiva.
Per reperire spazi, l’organizzazione si sarebbe avvalsa di società di comodo intestate a prestanome in condizioni di indigenza, affittando capannoni, riempiendoli e cessando i pagamenti, con ricadute sui proprietari e sull’ambiente. Non tutto restava in Italia: circa 2.000 tonnellate sarebbero state esportate illegalmente verso un sito a Denizli in Turchia, presentate come materia prima recuperata. Nel fascicolo risultano 20 indagati e contestazioni di responsabilità amministrativa ai sensi del D.lgs. 231/2001 per neutralizzare i vantaggi economici illeciti.
Meccanismi, reati contestati e impatto sul mercato
I meccanismi emersi indicano la riclassificazione dei rifiuti a End of Waste senza procedure tecniche, l’uso di prestanome per occultare responsabilità e l’individuazione di immobili per lo stoccaggio di grandi volumi. Le contestazioni includono traffico illecito di rifiuti e reati connessi, con misure preventive finalizzate alla confisca dei profitti. Il focus sugli invii verso la Turchia evidenzia il tentativo di aggirare le normative ambientali europee su fibre sintetiche particolarmente persistenti, con itinerari che sfruttano porti e scali intermedi.
Sul piano economico, le nuove regole e i controlli spostano l’equilibrio di filiera: la gestione di resi, ispezione, igienizzazione e ricollocazione richiede infrastrutture e procedure più articolate, con possibile aumento dei costi logistici per gli operatori. Al contempo, l’incremento di merce nei canali secondari e nelle donazioni amplia l’offerta di usato di qualità. Le istituzioni europee e una coalizione di Stati membri stanno richiedendo strumenti più stringenti contro l’ultra fast fashion e maggiori requisiti di prestazioni di riciclo, per chiudere i cicli produttivi e prevenire l’export illegale di rifiuti.



