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27 Giugno 2026

Divieto Ue di distruggere capi invenduti e indagini su esportazioni illegali di rifiuti tessili

L'Unione europea impone divieti stringenti sulla distruzione di abbigliamento invenduto e introduce obblighi di trasparenza, mentre indagini internazionali rivelano spedizioni illegali di rifiuti tessili dall'Italia verso la Turchia per migliaia di tonnellate.

Divieto Ue di distruggere capi invenduti e indagini su esportazioni illegali di rifiuti tessili

Negli ultimi anni la pressione sui sistemi di gestione dei rifiuti tessili è aumentata su due fronti: da un lato l’azione normativa dell’Unione europea che proibisce la distruzione intenzionale di capi invenduti, dall’altro le inchieste transnazionali che hanno portato al sequestro di grandi quantità di tessili spediti illegalmente all’estero. Le misure legislative e le operazioni di polizia colpiscono sia le pratiche commerciali delle grandi catene sia le reti che tentano di aggirare i costi del riciclo esportando materiale non conforme.

Il divieto Ue sulla distruzione dell’invenduto e gli obblighi di trasparenza

Con l’entrata in vigore del Regolamento (Ue) 2026/296 ispirato al quadro sul design ecologico contenuto nel Regolamento Ue 2026/1781 l’Unione ha introdotto un divieto netto: dal 19 luglio le grandi imprese del settore tessile non possono più distruggere intenzionalmente abbigliamentocalzature e accessori invenduti. La norma mira a ridurre la cultura dell’usa e getta e a obbligare i produttori a limitare la produzione ai volumi realmente necessari, favorendo il reimpiego tramite canali secondari come gli outlet il mercato dell’usato o le donazioni benefiche.

L’applicazione è graduale: il divieto scatta immediatamente per le grandi imprese mentre per le aziende di medie dimensioni è prevista una transizione fino al 19 luglio 2030 le piccole e microimprese sono escluse, ma non possono aggirare la norma distruggendo merci per conto di soggetti obbligati. La legislazione definisce la distruzione come il danneggiamento intenzionale o lo smaltimento come rifiuto e consente solo trattamenti finalizzati esclusivamente al riutilizzo o al ricondizionamento.

Per rafforzare il controllo, le grandi aziende devono pubblicare sui propri siti un report annuale facilmente accessibile che indichi il numero di capi scartati, il peso totale e le motivazioni dello scarto. Le imprese già soggette a rendicontazione di sostenibilità dovranno inserire questi dati nel bilancio sociale. L’obiettivo dichiarato è aumentare la responsabilità aziendale e monitorare i flussi effettivi di merce invenduta.

Indagini e sequestri: decine di migliaia di tonnellate e reti di smaltimento illecito

Parallelamente alle misure normative, le autorità hanno scoperto operazioni di esportazione illegale di rifiuti tessili. Un’indagine internazionale ha portato al sequestro iniziale di circa 4.200 tonnellate di materiale tessile spedito dall’Italia alla Turchia con etichettature fraudolente volte a eludere obblighi di smaltimento specifici per fibre sintetiche come l’acrilico che persiste nell’ambiente per secoli e richiede processi di riciclo complessi e costosi.

Le verifiche hanno rivelato ulteriori stock: quasi 2.100 tonnellate trovate in un magazzino collegato a un impianto di riciclo non conforme e altre 768 tonnellate rinvenute nel porto di Mersin. Le autorità hanno descritto lo schema come un tentativo di ridurre i costi del riciclo e di evitare le normative ambientali, un’attività che può favorire il profitto illecito delle reti criminali specializzate nel traffico di rifiuti.

In Italia, le indagini hanno portato a perquisizioni e al sequestro di un complesso aziendale nella provincia di Brescia inclusa una flotta di mezzi e disponibilità finanziarie per un valore di circa 12 milioni di euro. Un’altra inchiesta coordinata dalla magistratura ha ipotizzato la gestione illecita di oltre 26.000 tonnellate di rifiuti tessili, accumulati in capannoni trasformati in discariche abusive e spesso trasferiti all’estero senza le necessarie operazioni di selezione e igienizzazione.

Meccanismi e conseguenze legali

Secondo gli accertamenti, i rifiuti venivano riclassificati come materiale recuperato End of Waste senza le procedure tecniche previste, utilizzando società di comodo e prestanome per nascondere le responsabilità e reperire immobili dove stoccare grandi volumi. Le accuse comprendono traffico illecito di rifiuti e reati connessi, con decine di indagati e provvedimenti preventivi volti alla confisca dei profitti derivanti dall’attività illecita.

Impatto sul settore e sul mercato

Le nuove regole europee e le azioni repressive mirano a ridurre lo smaltimento incontrollato e a incentivare pratiche di economia circolare, ma comportano sfide operative e costi per gli operatori del settore. La gestione dei resi, l’ispezione, l’igienizzazione e la ricollocazione commerciale richiedono infrastrutture e procedure più articolate: questo può tradursi in un aumento dei costi logistici che, a loro volta, potrebbe riflettersi sui prezzi al consumo delle nuove collezioni.

Allo stesso tempo, l’incremento di merce disponibile nei canali secondari e nelle donazioni potrebbe arricchire l’offerta di usato di qualità. Le autorità europee e una coalizione di Stati membri stanno inoltre chiedendo strumenti più stringenti contro la diffusione dell’ultra fast fashion e maggiori requisiti sulle prestazioni di riciclo, con l’obiettivo di chiudere i loop produttivi e prevenire l’esportazione illegale di rifiuti.

Autore

Cristian Castiglioni

Cristian Castiglioni, veneziano, iniziò come blogger dopo aver postato una guida sui bacari e ricevuto centinaia di messaggi: quella reazione spinse la sua trasformazione in redattore. Cura contenuti amichevoli e porta in redazione appunti fotografici di vaporetto e cicchetti.