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21 Agosto 2026

Rifiuti tessili: scoperta rete illecita con esportazioni in Turchia

Un'indagine dei Carabinieri Forestali ha portato al sequestro di beni per 12 milioni di euro e tonnellate di rifiuti tessili accumulati illegalmente in capannoni.

Rifiuti tessili: scoperta rete illecita con esportazioni in Turchia

I Carabinieri Forestali di Brescia, Roma e Cagliari, con il supporto di unità cinofile della Guardia di Finanza, hanno sequestrato un’azienda e beni per 12 milioni svelando una rete di smaltimento illecito di rifiuti tessili che ha operato tra più regioni e verso la Turchia; l’indagine è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Brescia. Ultimo aggiornamento: 28 giugno 2026.

Il caso è rilevante perché si intreccia con la nuova stretta dell’Ue sull’invenduto nel settore moda, che spinge a maggior trasparenza sui flussi e riduce gli spazi per pratiche elusive. Le verifiche hanno ricostruito un sistema che avrebbe abbattuto i costi di trattamento eludendo cernita e igienizzazione, con impatti ambientali e competitivi.

Sequestro a Brescia e rete nazionale: 26mila tonnellate

Al centro dell’inchiesta figura la società Ri.te.ca Srl di Desenzano, attiva nel recupero rifiuti. Gli investigatori hanno contestato l’accumulo di oltre 26mila tonnellate di scarti tessili in 15 capannoni tra Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte, alimentati in larga parte da flussi provenienti dalla Toscana. Secondo gli atti, gli scarti venivano ritirati a prezzi concorrenziali, saltando la cernita e l’igienizzazione obbligatorie.

Il materiale sarebbe stato riclassificato come End of Waste senza le procedure tecniche richieste, così da presentarlo come materia prima anziché come rifiuto. L’organizzazione avrebbe fatto ricorso a società di comodo intestate a prestanome in condizioni di indigenza per affittare immobili, riempire rapidamente i capannoni e interrompere poi i pagamenti, trasformando i siti in discariche abusive a carico dei proprietari.

Le esportazioni verso la Turchia: Denizli e Mersin

Parte degli scarti non sarebbe rimasta in Italia. Le indagini hanno documentato circa 2mila tonnellate avviate verso un sito a Denizli in Turchia, con la stessa etichettatura End of Waste utilizzata per eludere i vincoli sul trattamento. Nel quadro di attività transnazionali collegate, i controlli hanno portato al sequestro iniziale di circa 4.200 tonnellate spedite dall’Italia verso la Turchia, con ulteriori 2.100 tonnellate rinvenute in un magazzino legato a un impianto non conforme e altre 768 tonnellate bloccate nel porto di Mersin.

Le verifiche hanno riguardato in particolare flussi contenenti fibre sintetiche come l’acrilico che richiedono processi di riciclo complessi e costosi. Il tracciamento internazionale è stato supportato dal coordinamento con OLAF consentendo di seguire le movimentazioni oltre confine e ricostruire i passaggi logistici del traffico.

Il quadro normativo Ue sullo smaltimento dell’invenduto

Il contesto regolatorio è cambiato con il Regolamento (Ue) 2026/296 collegato al quadro di ecodesign del Regolamento Ue 2026/1781. Dal 19 luglio le grandi imprese del tessile non possono più distruggere intenzionalmente capi, calzature e accessori invenduti; per le medie imprese la transizione è prevista fino al 19 luglio 2030 mentre piccole e micro restano escluse, senza poter distruggere per conto di soggetti obbligati.

La norma definisce come distruzione il danneggiamento intenzionale o lo smaltimento come rifiuto, consentendo solo trattamenti finalizzati a riutilizzo o ricondizionamento. Le grandi aziende devono pubblicare annualmente un report accessibile con numero di capi scartati, peso totale e motivazioni; chi redige bilanci di sostenibilità dovrà integrare tali dati. L’obiettivo è aumentare responsabilità e tracciabilità dell’invenduto.

Meccanismi societari e profili penali contestati

In Italia risultano 20 indagati per traffico illecito di rifiuti e gestione di discarica abusiva. È stata contestata la responsabilità amministrativa dell’impresa ai sensi del D.lgs. 231/2001 con misure preventive destinate a neutralizzare il vantaggio economico ottenuto e a colpire disponibilità finanziarie e mezzi aziendali. Le operazioni hanno incluso perquisizioni e il sequestro di un complesso nella provincia di Brescia, per un valore complessivo di circa 12 milioni di euro.

Secondo gli atti, l’uso di prestanome e la fittizia riclassificazione End of Waste hanno consentito di abbattere costi e responsabilità, alterando la concorrenza. Le autorità europee e una coalizione di Stati membri hanno prospettato ulteriori strumenti per frenare l’ultra fast fashion e rafforzare gli obblighi di riciclo con l’obiettivo di chiudere i flussi che alimentano l’esportazione illegale di rifiuti.

Autore

Cristian Castiglioni

Cristian Castiglioni, veneziano, iniziò come blogger dopo aver postato una guida sui bacari e ricevuto centinaia di messaggi: quella reazione spinse la sua trasformazione in redattore. Cura contenuti amichevoli e porta in redazione appunti fotografici di vaporetto e cicchetti.