Il mondo della moda, spesso associato a lusso e glamour, si trova nuovamente sotto i riflettori per motivi meno brillanti. La Procura di Milano ha avviato un’indagine che coinvolge alcuni dei marchi più prestigiosi del settore, tra cui ChanelBrunello CucinelliBulgari e Moncler. L’oggetto dell’indagine? Presunti casi di sfruttamento lavorativo in opifici cinesi che operano come subfornitori per queste grandi case di moda.
Il 14 maggio scorso, i carabinieri del Nucleo Tutela Lavoro di Milano hanno effettuato un’ispezione in un capannone di Moda Fashion Style a Pero, dove hanno trovato operai cinesi in nero e senza permesso di soggiorno. Questi lavoratori erano alloggiati in condizioni degradanti e costretti a turni di lavoro massacranti, compresi i giorni festivi. Inoltre, i macchinari utilizzati erano privi di dispositivi di sicurezza, esponendo i lavoratori a gravi rischi di infortuni.
Le indagini della Procura di Milano
La Procura ha richiesto a una decina di marchi di lusso di fornire documentazione relativa ai controlli effettuati sui loro fornitori e subfornitori negli ultimi due anni. In particolare, si chiede di verificare se siano stati condotti audit presso le società Moda Fashion Style SrlIsacco SrlBrandart spa e F.VL. Srl. Queste aziende sono sospettate di aver utilizzato manodopera sfruttata per la produzione di accessori come copriabiti, sacchetti e pochette destinati ai marchi di lusso.
Il pubblico ministero Paolo Storari ha sottolineato la necessità di appurare il grado di coinvolgimento delle imprese nell’utilizzo di manodopera sfruttata. Inoltre, si sta verificando l’idoneità dei modelli organizzativi interni previsti dalla legge 231/2001 per prevenire fenomeni di caporalato.
Il precedente di Tod’s
Questa indagine segue un precedente smacco per la Procura, quando il Tribunale di Milano aveva respinto la richiesta di sottoporre a amministrazione giudiziaria Tod’s per presunto sfruttamento lavorativo. Il Tribunale aveva argomentato che il livello di controllo nella filiera produttiva deve essere più capillare solo per i beni rappresentativi della casa di moda. Una tesi che il pm ha definito francamente incomprensibile sottolineando che la legge non distingue tra prodotti destinati alla vendita e quelli non destinati.
L’arresto di un imprenditore a Prato
In un altro sviluppo, un imprenditore cinese di Prato è stato arrestato con l’accusa di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. L’uomo, titolare di tre ditte di abbigliamento, avrebbe impiegato venti operai cinesi, per lo più privi di permesso di soggiorno, in turni di lavoro massacranti e senza alcuna tutela previdenziale o assicurativa. Le indagini, condotte con il supporto della Guardia di Finanza e dell’Asl Toscana Centro, hanno rivelato che i lavoratori erano alloggiati in dormitori funzionali all’attività d’impresa e rinchiusi nelle fabbriche per impedire il loro allontanamento.
Le retribuzioni dei lavoratori erano parametrate su pochi centesimi di euro per ogni articolo prodotto, ben al di sotto di quanto previsto dai contratti collettivi nazionali. L’imprenditore è stato anche segnalato al fisco per irregolarità in una delle sue imprese.
Questi casi mettono in luce un problema persistente nel settore della moda: il sfruttamento lavorativo in opifici cinesi che operano come subfornitori per marchi di lusso. Le indagini in corso potrebbero portare a cambiamenti significativi nelle pratiche di controllo e verifica delle filiere produttive.



