Il raincoat capo originariamente pensato per difendersi dall’acqua, ha compiuto un percorso sorprendente che lo ha portato dal campo di battaglia alle luci delle passerelle internazionali, fino a diventare metafora in una delle poesie più intense della poetessa italiana Alda Merini.
Durante gli anni Trenta e Quaranta, in piena crisi economica e sotto lo spettro della Seconda guerra mondiale, l’impermeabile divenne un indumento di necessità popolare: economico, facile da produrre in serie e capace di proteggere chiunque dalla pioggia incessante delle città industriali.
Il raincoat sul grande schermo: da Colazione da Tiffany al cinema degli anni ’60
Nel film Colazione da Tiffany (1961) la scena finale sotto una pioggia di New York è resa indimenticabile proprio grazie ai due protagonisti, Holly Golightly e Paul Varjak, che indossano un raincoat scintillante. Quella giacca, più che un semplice capo di protezione, diventa un simbolo di eleganza educata in grado di trasformare il grigio urbano in una passerella di luce.
Negli anni successivi la tendenza fu ripresa da icone come Brigitte Bardot e Doris Day, che apparvero in pellicole come Vita privata e Il visone sulla pelle (1962) con impermeabili di PVC dai colori accesi. La moda cinematografica sfruttò la pioggia come scenografia, facendo del raincoat un elemento quasi narrativo, capace di accompagnare il destino dei personaggi verso momenti romantici o drammatici.
Dal funzionale al futuristico: la revolution di Mary Quant
Nel 1963, la designer britannica Mary Quant lanciò la sua Wet Collection a Parigi, introducendo capi rivestiti in PVC dall’aspetto lucido e dai colori vivaci – nero liquirizia, bianco zenzero, rosso fuoco. Per la prima volta, l’impermeabile fu presentato come oggetto di emancipazione giovanile un accessorio pratico ma al contempo provocante, capace di distinguersi su riviste di moda e di diventare un must-have per la cultura pop.
Louis Vuitton, Chanel e altri grandi nomi della haute couture seguirono l’esempio, inserendo il raincoat nelle proprie collezioni A/I 26-27. Il capo divenne un ponte tra design funzionale e espressione artistica confermando la sua capacità di adattarsi a contesti sociali diversi, dalla povertà della Grande Depressione alle passerelle futuristiche degli anni Sessanta.
L’aspetto simbolico del raincoat nella poesia di Alda Merini
Nel 1995 Alda Merini scrisse “Assetato di baci”, una lirica che, pur non menzionando direttamente il capo, utilizza metafore legate all’acqua e alla protezione per descrivere il bisogno di un amore che guarisca le ferite interiori. La branca d’acqua felice evoca l’idea di una corrente che mescola colori, così come il raincoat mischia la pioggia con lo stile.
Merini descrive il suo desiderio come un linimento che, come un impermeabile, dovrebbe coprire la “penombra” dell’anima senza aggiungere peso. Il raincoat quindi, diventa una metafora di difesa emotiva capace di proteggere ma anche di rivelare la vulnerabilità di chi lo indossa.
Il drago dalle mille facce: l’ansia e la necessità di protezione
Nel verso “un drago dalle mille facce che mi abbraccia nel seno del destino”, Merini parla della paura – il drago – che solo un amore genuino può placare, proprio come la pioggia può essere tenuta a bada da un impermeabile ben costruito. La poetessa suggerisce che l’amore autentico non è una tormenta, ma un cappotto di tenerezza che avvolge e guarisce.
Il legame tra moda e poesia risiede, Dal cinema degli anni ’60 al verso di Merini, il raincoat è testimone di un percorso storico dove funzionalità, eleganza e vulnerabilità si intrecciano.
Oggi, le collezioni di designer contemporanei continuano a reinterpretare il classico impermeabile, sfruttando nuovi tessuti riciclati e tecnologie sostenibili, confermando che il raincoat rimane un’icona di stile senza tempo capace di parlare sia alle passerelle sia alle anime più sensibili.



